La Bibbia, Testo rivelato e ispirato

1. Perchè il cristiano legge la Bibbia

La Bibbia va considerata un testo ispirato e, secondariamente, Gesù va posto al centro della scrittura. Il cristiano legge la Bibbia perché tutti i 73 libri che la compongono hanno come centro il Cristo morto e risorto. “Dio ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo”.

Il Cristiano legge e prega la Scrittura perché lì vi trova le sue radici di credente: i luoghi e i fatti della salvezza che Dio, da Abramo fino ad oggi, passando per l’evento Gesù Cristo, centro e perfezione della rivelazione non cessa di compiere per lui. Si tratta della cosiddetta storia della salvezza.

Per l’uomo di fede, tuttavia, la Bibbia non si limita semplicemente a una rievocazione, non è una raccolta di narrazioni edificanti; essa è piuttosto la mappa delle strade tracciate dallo Spirito che, attraverso il Risorto, conducono al Signore. (Lc 24, 13-35; 24, 44-49; Mt 5, 17)

2. Un evento alla base dell’esperienza religiosa

Il linguaggio della scrittura, per quanto importante e prezioso, rimane pur sempre linguaggio tra i tanti linguaggi a cui si fa ricorso nell’impossibilità di un rapporto diretto con i propri interlocutori.

A monte di ogni religione c’è sempre un evento, un fatto, un’esperienza con il soprannaturale compiuta dall’uomo.

Se Dio vuole realmente rivelarsi rompendo il suo silenzio, deve usare un linguaggio che, pur rappresentando il suo essere “totalmente altro”, risulti comprensibile all’essere umano.

Se Dio vuole comunicare con l’uomo, deve accettare di rivestirsi di elementi storici, “facendosi linguaggio”.

Il linguaggio usato da Dio per autorivelarsi gli trasmetterà solo un’idea, certamente vera, affascinante, maestosa e tremenda, ma comunque incompleta e pallida rispetto a quello che gli realmente è.

3. La narrativa, il filo conduttore della Bibbia: in origine era la predicazione

Israele ha fatto un’esperienza storica di Dio e ne ha fissato il ricordo attraverso la produzione di testi, redatti prevalentemente in forma narrativa, in perfetta sintonia con la propria sensibilità e i propri schemi culturali. Questo passaggio salta però un momento importante della storia religiosa israelitica che, se trascurato, può falsare la stessa prospettiva del nostro approccio alla Bibbia.

La Bibbia è pervasa dal racconto non solo per un fatto culturale né tantomeno per una scelta di stile letterario. Questo modello comunicativo costituisce il chiarissimo indizio di una trasmissione di fede che originariamente, precedendo di parecchi secoli la forma scritta, se è sviluppata in forma eminentemente orale. In questo senso non si può certo dire che la Bibbia sia un libro nato a tavolino, e non è certo esatto affermare che l’Ebraismo, come il Cristianesimo, sia una religione del libro, bensì si è sviluppato seguendo le orme della cosiddetta tradizione orale. Dt 6, 6-9

La Bibbia è, allora, un libro nato dalla testimonianza quotidiana delle meraviglie compiute da JHWH per cui l’Israelita che non vuole dimenticarsi dell’amore di Dio impregna l’intera sua vita di questo ricordo vivo: lo racconta ai suoi figli, in famiglia, alla gente che incontro per strada.

4. Scritture e sacra tradizione come Parola di Dio

Non esiste una divaricazione fra tradizione e parola di Dio in forma scritta perché risultano strettamente coniugate e comunicanti tra di loro in quanto “ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente” e “formano in certo qual modo un tutt’uno e tendono allo stesso fine”.

In secondo luogo la sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro depositio della parola di Dio affidato alla Chiesa. Tradizione e Scrittura, opportunamente armonizzate, costituiscono l’autentico depositium fidei della chiesa cattolica.

La Sacra Scrittura ha sempre il primo posto nella varie forme del ministero della parola, come in ogni attività pastorale. La Scrittura è il libro, non un sussidio fosse pure il primo.

La Parola di Dio ha tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale. Ignorare la Scrittura sarebbe ignorare Cristo. (San Gerolamo)

5. La Bibbia come testo ispirato

Partiamo da questo dato di fede: “Dio ha parlato attraverso esseri umani come noi. Egli ha fatto in modo che alcuni uomini e donne dicessero e scrivessero ciò che voleva fosse detto allora. E, inoltre, provvede perché questi scritti, quando furono redatti e raccolti insieme per formare la nostra Bibbia, continuassero ad esprimere ciò che egli voleva dire alle generazioni successive”. In questo senso possiamo affermare che la Bibbia è parola di uomini e parola di Dio, il che significa che non è stato Dio a scrivere direttamente la Bibbia, ma uomini da lui ispirati.

Fin dal principio, la Legge fu considerata parola del Signore, perciò normativa e vincolante per il popolo (Es 24, 3-9). In seguito, Dio pone le sue parole sulla bocca dei profeti; essi sono i suoi portavoce (Dt 18,18; Is 6, 6-13), coloro che divorano la sua parola (Ger 15,16). Affinché rimanesse anche per le future generazioni e per evitare il pericolo di perderla, si decise di mettere la parola di Dio per iscritto (Dt 31, 19-26; Is 30, 8; Ger 36). È Dio stesso che lo vuole, la sua sapienza gioisce nell’abitare in mezzo agli uomini e si incarna nel libro sacro (Bar 3, 34 – 4. 1). Inoltre il Nuovo Testamento presenta due citazioni ormai classiche riguardo all’ispirazione (2 Pt 1, 20 -21; 2 Tm 3, 16 – 17) in cui si parla esplicitamente dell’azione dello Spirito di Dio sulla parola scritta.

L’Ispirazione non elimina né sostituisce la piena libertà dello scrittore, la consapevole attività dell’agente umano. Non va inteso come una sorta di dettatura che sarebbe effetto di una discutibile identificazione tra ispirazione divina e rivelazione. Nell’autore umano l’ispirazione divina crea l’abilitazione a essere strumento dinamico di Dio, sicché quell’influsso trascendente si estende all’intelletto, alla volontà e alle facoltà implicate del concepire e scrivere un libro.

Enucleando l’elemento centrale dell’ispirazione, possiamo parlare di Dio autore, egli donò saggezza e ispirazione a un grande poeta come Osea, ad un semplice artigiano del linguaggio come l’autore di alcuni salmi, a grandi narratori come nei libri storici, ai primi apostoli…

La Bibbia non è semplice collezione di scritti, ma un progetto organico. La Bibbia è un’unità cui non manca nessuna parte o elemento.

6. I modi di dire di Gesù

Cuore dei vangeli è l’evento Gesù che col fatto della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con parole e con opere, con i segni e con i miracoli e specialmente con la sua morte e risurrezione, e infine con l’invito dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione.

Ciò significa che attraverso i Vangeli il cristiano entra in contatto con la predicazione stessa di Gesù di Nazaret come l’hanno percepita e interpretata, assistiti dallo Spirito santo, gli evangelisti.

Continuità (Mt 5, 17) e discontinuità; predicazione di Gesù e predicazione della Chiesa primitiva alla luce della esperienza pasquale.

Le Parabole

Parabolé (Greco) si vuole originariamente indicare “l’avvenimento di due realtà allo scopo di permetterne una percezione unitaria. Ogni parabola non presenta mai in sè stessa un senso compiuto, ma trae la sua ragione d’essere nel rapporto che la unisce all’altro termine. Le parabole hanno come scopo portare il suo ascoltatore a contatto con la concretezza della vita quotidiana.

Gesù, attraverso le parabole, tende a stabilire un dialogo che si pone come obiettivo non solo un insegnamento, quanto il produrre un radicale cambiamento nell’interlocutore. Gesù prende spunto da situazioni concrete tratte dal vissuto quotidiano: un figlio che pretende dal padre la propria eredità in anticipo, un padrone che paga nella stessa misura operai che hanno lavorato in tempi differenti.

Questi fatti, pur nella loro straordinarietà, raccontano realtà verosimili che interpellano e coinvolgono direttamente l’interlocutore, provocando a una presa di posizione. Tutto ciò fa parte di una ben precisa strategia comunicativa atta a coinvolgere l’uditore fino a farlo riconoscere nel fatto narrativo: è in questo terzo ambito che l’esortazione o l’interrogativo finale di Gesù può trovare terreno fecondo.

Le parabole di Gesù riguardano generalmente un agire, un comportamento: vanno quindi collocate non nell’ambito della trasmissione di idee quanto a livello etico. Il fatto che gli interlocutori avessero un modo di vedere diverso da quello di Gesù pare costituire il sottofondo comune ai racconti parabolici. Per questo essi sono per Gesù lo strumento del dialogo con cui spera di far loro cambiare parere.

Le parabole non sono uno strumento polemico per zittire un avversario, ma sono funzionali a uno scambio di idee nel contempo rispettoso dell’interlocutore e propositivo. Infatti si tratta di uno strumento pedagogico che aiuta a cogliere adagio adagio qualcosa di più profondo.

L’efficacia delle parabole nel muovere l’interlocutore a cambiare è data dall’importanza che esse attribuiscono all’esperienza: esse traducono un’esperienza e a questa esperienza debbono la loro forza di persuasione.

Sintetizzando, è importante rilevare come lo scopo della parabola sia insegnare, utilizzando una sorta di provocazione che può portare l’uditore a una forte presa di coscienza e relativa azione. Dovrebbe essere chiaro a sufficienza come la verità non vada ricercata a livello di esattezza storica: anche se Gesù racconta di fatti che hanno attinenza con la vita reale, non intende con questo porre l’accento sull’episodio considerato in se stesso, quanto illustrare con immagini una realtà che avviene o è avvenuta.

Le Similitudini

Come la parabola, la similitudine è costituita da un racconto fittizio che fa riferimento a fatti di vita vissuta dove, non dandosi un interesse storiografico, viene omesso ogni tipo di indicazione riguardo ai luoghi e ai protagonisti. Ad esempio la similitudine del seminatore parla in maniera generica del protagonista; di esso non ci dice il nome né dà informazioni specifiche che possono aiutarci a identificarlo.

A differenza delle parabola ci si riferisce non a eventi straordinari e fuori dal comune quanto a cose che tutti conoscono, fatti standardizzati e quotidiani (il seminatore, i gigli dei campi, la zizzania che cresce in mezzo al grano, un pastore che smarrisce una pecora, il granellino di senapa, la rete gettata nel mare…) che hanno il sapore della vita di tutti di giorni. (es. il regno dei cieli è simile, a cosa rassomiglierò il regno di Dio). Il suo scopo non mira a produrre un’azione e una relativa presa di coscienza quanto a trasmettere un insegnamento.

I Detti

Si tratta di vere e proprie schegge linguistiche che ci riportano indietro nel tempo, a diretto contatto con la predicazione originaria del Nazareno, essendo caratterizzate da un linguaggio che Gesù mutua direttamente dalla cultura del suo tempo, costituito da:

a. un largo uso di immagini ed esempi che non vanno per questo presi in senso letterale: Mt 5, 39-41.

b. Forme brevi e concise, formulate in rima e, sovente, anche con giochi di parole: “Non giudicate per non essere giudicati” (Mt 7,1), oppure “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. (Mt 7,7)

c. L’esagerazione della realtà. (Mt 19,24)

Con questa particolare tecnica comunicativa, ha inteso: attaccare (Mc 7,8), rimproverare (Mt 11,18), accusare (Mt 23,23), ammonire (Mt 7,24), minacciare (Mc 10,25), promettere (Mt 25,46), consolare (Mc 13,20), fornire un’interpretazione del suo ministerro (Mt 5,17).

7. I modi di fare di Gesù

I racconti di miracoli

Il miracolo occupa un posto considerevole nei Vangeli. Un simile interesse va al di là dell’atto taumaturgico in sé, arrivando a caricarsi di un forte significato che è nel contempo escatologico e messianico: la vittoria di Gesù sul regno di satana. Luca infatti scrive: At 10,38.

Volendo presentare una specie di inventario dei miracoli raccontati nel quattro vangeli possiamo rintracciare:

  • le guarigioni: possessione diabolica, febbre, lebbra, paralisi, inaridimento, perdita di sangue, sordomuti, cecità, epilessia, scoliosi, idropisia, ferita da spada;
  • tre risurrezioni dai morti: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro;
  • sette miracoli sulla natura: camminare sul mare, la maledizione del fico, lo statere in bocca al pesce, la pesca miracolosa, la tempesta sedata, la moltiplicazione dei pani, le nozze di Cana;
  • effetti: timore, rispetto, autorità (Es. Mc 1, 21-28).

Gesù incontra le persone.

L’annuncio di Gesù è rivolto a tutti: egli infatti accoglie con rispetto ogni persona senza distinzione di condizione, razza o cultura: il capo della sinagoga (Mc 5,22), la madre di famiglia (7,25), i farisei (Lc 11,27), lo scriba (Mc 12,28), il centurione romano (Mt 8,5), chi detiene il potere religioso (Mc 11,27). A fronte del distacco che Gesù mostra di tenere nei confronti della folla troviamo invece un’accoglienza generosa nei confronti del singolo. Gesù accoglie sempre il singolo alla sola condizione che egli esca dalla folla. Non accoglie il singolo che si accosta a lui quasi di spalle.

Tuttavia un’analisi accurata di questo tipo di racconto ci mostra come Gesù privilegi in modo particolare tutte quelle situazioni di emarginazione che, nel contesto culturale del tempo, erano considerate le più lontane da Dio. C’è infatti una frase, ricorrente in Luca, che sintetizza bene questo interesse per i lontani: “ai poveri è annunciata la buona novella” (Lc 4,28; 6,20; 7,22-23). La povertà a cui allude Gesù può essere condensata principalmente in queste categorie sociali:

  • i malati: il malato è un uomo che ha già creduto a quel vangelo che proclama la prossimità incondizionata di Dio nei confronti di tutti gli uomini.
  • le donne: a cui non veniva riconosciuto nessun diritto civile né religioso. La samaritana (Gv 4), difendendo un’adultera (Gv 8), additandole addirittura ad esempio (Mc 12,41) e arrivando ad ammetterle, cosa assolutamente rivoluzionaria e inedita, nella propria cerchia;
  • i bambini: considerati ancora irresponsabili, non godevano nessun diritto, come le donne e gli schiavi. Gesù dimostra tenerezza verso di loro (Mc 10,13-16).
  • i pubblicani peccatori (Lc 19,1-10): pubblicani, esattori, prostitute, ladri, assassini, tutte persone tenute ai margini in quanto trasgressori della Torah. Gesù mostra davanti a tutti di concedere credito all’uomo che confessa la propria colpa e si pente.
  • gli stranieri: esisteva una forte discriminazione per tutte quelle persone che, per motivi di purità razziale, si ponevano al di fuori della legge ebraica: i Vangeli ci presentano Gesù che, a contatto con i samaritani (Lc 9,55; 10,29-37;Gv 4) e non ebrei arriva perfino a lodare la loro fede (Mt 15,21-28).

a. Gesù incontra l’uomo nella sua realtà quotidiana.
b. L’incontro con Gesù sollecita ai grandi…
c. Gesù è il vero e unico liberatore dell’uomo.
d. La risposta entusiasta e stupita dell’uomo che scopre il mistero di Cristo.
e. La fede si trasmette per contagio (Mt 5,13).